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Nascita del Museo e suo sviluppo nel secolo dei Lumi

L’Imperiale e Reale Museo di Fisica e Storia Naturale fu istituito nel 1775 dal granduca Pietro Leopoldo di Lorena ed è stato uno dei primi musei in Europa ad aprire al pubblico e il primo a presentare la natura nella sua completezza.

L’idea di raccogliere in un unico luogo le “produzioni naturali”  presenti agli Uffizi risale al 1763, quando il naturalista e scienziato fiorentino Giovanni Targioni Tozzetti, per conto del governo granducale,redasse il primo catalogo di tutti i reperti naturalistici presenti nella Galleria.

Nel 1765 con l’arrivo a Firenze del giovane granduca Pietro Leopoldo di Lorena prese vita il progetto museale che doveva portare alla realizzazione di un “Palazzo della Scienza” dove le collezioni relative a tutte le discipline scientifiche fossero organizzate in maniera unitaria secondo un piano espositivo che andava dalla terra al cielo; lo sviluppo scientifico fu affidato al naturalista trentino Felice Fontana

La  sede del nascente museo doveva essere nobile Palazzo Torrigiani (acquistato nel 1771) che si  affacciava su via Romana ed era nelle vicinanze della residenza granducale di Palazzo Pitti. La complessa ristrutturazione fu affidata all’architetto Gasparo Maria Paoletti.

Il Museo al momento della sua apertura (1775) poteva contare su un ricca raccolta di produzioni naturali classificati con il sistema linneiano.

Un grande spazio era dedicato all’esposizione degli strumenti scientifici e di fisica sperimentale che servivano a dimostrare le leggi fondamentali della meccanica di Galileo e di Newton. Vi era poi un’ampia  raccolta di macchine di fisica una parte delle quali era progettata dallo stesso Fontana e realizzata dai giovani artigiani che venivano appositamente formati nel museo.

Trovarono poi posto nel Museo gli antichi strumenti di fisica provenienti dalle collezioni medicee: astrolabi decorati, orologi solari e notturni, bussole,compassi e gli strumenti appartenuti a Galileo e la collezione di vetri scientifici (soprattutto termometri, barometri e areometri) legati alle attività dell’Accademia del Cimento. Questi oggetti sono conservati oggi nel Museo Galileo.

L’itinerario museale terminava con le scale che conducevano al Torrino, l’osservatorio astronomico meglio conosciuto come Specola, che fu realmente operativo nel 1807. Per le scienze botaniche fu ricavato un Orto Botanico, in seguito ingrandito con parte del Giardino di Boboli. La visibilità  e l’esatta collocazione degli oggetti erano gli strumenti didattici che consentivano l’autoapprendimento. Le raccolte non dovevano soltanto appagare la “curiosità del popolo né servire al suo possessore, ma devono essere indirizzate verso la vera istruzione ed all’utile pubblico”. Gli esemplari dovevano essere “resi parlanti da per loro” in che ciascuno potesse “conoscere tutto da se solo, senza professore” . Così come avevano auspicato Diderot e D’Alambert, la scienza fu messa al servizio di alcuni interventi volti a migliorare le condizioni di vita della popolazione e di conseguenza le condizioni economiche del Granducato.

Il successo seguito all’inaugurazione del Museo e le sollecitazioni provenienti da scienziati stranieri spinsero Pietro Leopoldo a finanziare  il viaggio in Francia e in Inghilterra di Fontana e del suo vice Giovanni  Fabbroni. Questa missione, che si concluse nel 1779, permise loro di stabilire una fitta rete di relazioni non solo con i maggiori studiosi, ma anche con i costruttori degli strumenti scientifici. Si rese così necessario realizzare opere di ampliamento per trovare un adeguata collocazione gli strumenti scientifici provenienti dall’Inghilterra e fu ampliato il laboratorio chimico.

Felice Fontana fu poi completamente assorbito dalla realizzazione della formidabile  collezione dei modelli in cera. La parte più impegnativa fu dedicata alla costruzione dei modelli di anatomia umana che illustravano l’intero corpo umano: la muscolatura, gli organi interni, l’anatomia dell’occhio, dell’orecchio, del naso e del cuore. Le cere botaniche  o “piante artificiali” , veri capolavori d’arte manuale, furono costruiti per avere a disposizione le piante tutto l’anno per scopi didattici.

La collezione di ceroplastica è corredata di tavole eseguite in tecnica mista, molto colorate e concepite come un trattato esplicativo ai singoli preparati. A conferma della loro finalità didattica i disegni erano provvisti di riferimenti numerici che rimandavano a fogli di spiegazione che stavano dentro a piccoli cassetti in metallo posti sotto le teche espositive a disposizione dei visitatori.

Il grande successo del Museo è testimoniato dal rilevante numero di visitatori, oltre 7.000 solo il primo anno di apertura. L’orario di apertura era dalle 8 alle 13 per “il popolo di città e contado che potrà esserci introdotto purché pulitamente vestito”.  Tra i visitatori il dato sorprendente è il numero delle donne (il 30% circa) che esprime una prospettiva rilevante dal punto di vista sociale e storico.

Il Museo era una tappa obbligata per i viaggiatori stranieri, un vero e proprio luogo di attrazione turistica: le Guide della Città di Firenze di fine Settecento ad uso dei frequentatori del Grand Tour suggerivano una visita al Museo per osservare il mondo e l’uomo alla luce delle nuove scoperte scientifiche.

Alla fine  del Settecento gli eventi che sconvolsero l’Europa provocarono serie conseguenze anche nella gestione del Museo. Ferdinando III di Lorena  abbandonò il granducato di Toscana  all’arrivo delle truppe napoleoniche; nel 1807 il nuovo governo istituì nel Museo il Liceo di Scienze Fisiche e Naturali, creando sei cattedre (astronomia, fisica, chimica, mineralogia e zoologia, botanica e anatomia comparata). Le collezioni museali furono annesse ai rispettivi insegnamenti e divennero un supporto per la didattica, segnando così la fine dell’impostazione illuminista del Museo ispirata all’unità del sapere.

Fine della visione illuminista, il Museo sempre più “specialistico”

Con la restaurazione del governo dei Lorena nel 1814 l’esperienza del Liceo si concluse e il Museo fu destinato ad essere luogo del “privato piacere” del granduca. Intorno al 1820 fu realizzato il  “Corridoio Pocciantiano” (dal nome dell’architetto Pasquale Poccianti) che collegava la residenza del granducale  di Palazzo Pitti con il Museo. Questo percorso  è la continuazione meridionale del Corridoio Vasariano che da Palazzo Vecchio, passando per gli Uffizi arriva a Palazzi Pitti, dando vita ad un camminamento sopraelevato unico al mondo che mette in collegamento l’arte e la scienza.

Nel 1829 la nomina del direttore  Vincenzo Antinori fornì l’occasione al Museo di tornare ad essere un istituzione al servizio della scienza e della didattica pubblica.  La nascita delle nuove discipline  che studiavano la distribuzione delle specie animali e vegetali rispetto al territorio determinò un forte incremento delle collezioni zoologiche e botaniche rendendo necessaria una nuova distribuzioni degli spazi di via Romana. “L’illuminato favore” del granduca Leopoldo II verso le scienze naturali vide sul suolo toscano l’ organizzazione di alcuni congressi degli Scienziati Italiani, molto prima che l’Italia fosse tornata uno stato unitario. Nel 1841 si tenne nei locali del Museo il  III° Congresso degli Scienziati Italiani e nell’occasione fu inaugurata la Tribuna di Galileo, il tempio laico dedicato al grande scienziato. Il Congresso accolse l’appello del botanico palermitano Filippo Parlatore a creare  un erbario generale della flora locale italiana che raccolto in un unico luogo avrebbe favorito lo scambio delle conoscenze scientifiche e dei reperti. Analogamente fu proposta da Lodovico Pasini la formazione di una collezione centrale di minerali e rocce italiane, ma la cosa non ebbe seguito.

La fine della direzione di Antinori nel 1859 coincise con grandi sconvolgimenti politici: la caduta dei Lorena, il governo provvisorio toscano e la seconda guerra di indipendenza che diede avvio agli avvenimenti che portarono all’unità d’Italia. Nello stesso anno fu istituito l’Istituto di Studi Superiori, Pratici e di Perfezionamento di Firenze. La sezione scientifica fu stabilita nel Museo che diventava così il luogo di fruizione  pubblica di reperti, ma anche laboratorio per la ricerca. La docenza assunse un’importanza sempre maggiore e le collezioni museali furono date in carico ai professori delle rispettive discipline.

Sotto la direzione di Cosimo Ridolfi (1860-1865) il Museo ebbe un ruolo rilevante nelle grandi esposizioni nazionali e universali che avevano lo scopo di presentare al pubblico i prodotti dell’industria, dell’agricoltura, dell’artigianato e della natura.

La successiva nomina alla direzione del fisico Carlo Matteucci, fino al 1868,causò non poche difficoltà al Museo. Infatti Matteucci era un sostenitore delle discipline sperimentali, fortemente critico sul costo del mantenimento delle collezioni naturalistiche e sulla mancanza di spazi idonei per la ricerca nell’edificio della Specola.

Alla fine dell’Ottocento molte delle collezioni conservate alla Specola si spostano in altre sedi

Ebbe così inizio la dispersione dei vari insegnamenti: le discipline come chimica e fisica si sentivano sempre più lontane dalle scienze naturali anche se tutte avevano come denominatore  comune la forte tendenza alla specializzazione; il naturalista era diventato o zoologo o botanico o geologo o mineralista e rivendicava la propria autonomia non solo scientifica e amministrativa ma soprattutto esigeva nuovi spazi. Stava venendo meno il concetto di museo unitario  e si avviò un periodo di circa 20 anni durante il quale le collezioni furono spostate e collocate in diversi palazzi fiorentini. Nel 1872 fu l’astronomia la prima disciplina con relativa collezione museale a migrare dalla Specola verso il nuovo Osservatorio di Arcetri.

Dopo la morte di Filippo Parlatore avvenuta nel 1877 il Museo non ebbe più un direttore. Le collezioni furono aggregate ai diversi Istituti scientifici. Il Museo Zoologico rimase alla Specola, i Gabinetti di Geologia e Paleontologia e Mineralogia con le relative collezioni furono trasferiti nel 1880 nella zona di piazza San Marco dove si trovano ancora oggi. Gli Istituti di Chimica e Fisica trovarono una collocazione in via Gino Capponi.

Già nel 1869 era stato fondato da Paolo Mantegazza il Museo di Antropologia che troverà la sua sede definitiva in Palazzo non Finito nel 1932, mentre molto complessa è la storia del Giardino dei Semplici, l’attuale Orto Botanico. Fondato nel 1545 da Cosimo I dei Medici, dopo periodi di splendore alternati a periodi di decadenza anche in relazione con i suoi cambiamenti di destinazione, nel 1880 venne assegnato all’Istituto di Studi Superiori. Sotto la direzione di Teodoro Caruel, iniziò il trasferimento delle piante dell’Orto Botanico della Specola alla sede attuale che si completò nel 1905.

Nel 1930 le collezioni storiche di strumenti antichi di Fisica e Astronomia furono trasferite dalla Specola all’Istituto e Museo di Storia della Scienza oggi Museo Galileo.

Nel corso del Novecento il Museo subì l’ incessante declino che va attribuito all’eccessivo riduzionismo , cioè lo studio approfondito di porzioni sempre più piccole degli oggetti naturali che faceva perdere di vista l’esemplare nel suo insieme. In tal modo il museo, in quanto raccolta di oggetti, perdeva di importanza e diventava, anzi, un peso che richiedeva fondi e personale per il suo  mantenimento e occupava troppo spazio per la parte espositiva e per i depositi. Le collezioni non furono incrementate e molte sale furono destinate ad ospitare i laboratori e le aule necessarie alla crescente popolazione studentesca.

La rinascita del Museo

La rinascita del Museo iniziò negli anni ’70 del Novecento, grazie alla nuova  sensibilità  verso la natura e l’ambiente che ci circonda. È la presa di coscienza che il pianeta Terra non ha risorse infinite e va protetto con tutti i suoi componenti indispensabili.  I reperti naturali che erano stati ritenuti superflui tornarono ad essere un elemento fondamentale per studiare, confrontare e apprendere.

Nel 1971 L’Accademia dei Lincei avanzò l’idea di costituire il “Museo Nazionale di Storia Naturale” indicando Firenze come sede, perché si riconosceva alle collezioni naturalistiche del nostro Museo l’assoluta preminenza nel panorama museale  italiano.

Nel 1984 l’Università di Firenze dispose la riunificazione delle collezioni scientifiche fu istituito il “Museo di Storia Naturale dell’Università degli Studi di Firenze”. Il direttore fino al 2003 è stato Curzio Cipriani. Sono stati 20 anni che hanno visto il rilancio del Museo, l’incremento delle collezioni e una diversa attenzione alla didattica non solo universitaria ma per tutte le scuole a partire dalla primaria.

Alla fine degli anni ’80 prese forza il progetto di un Museo Nazionale: l’Università di Firenze, proprietaria delle collezioni, si disse onorata di mettere a disposizione dell’istituendo Museo le proprie raccolte (antropologiche e etnografiche, botaniche, geo-paleontologiche, mineralogiche e zoologiche), il Comune di Firenze indicò l’area degli ex- Macelli per la sede e il Ministero dell’Università finanziò il progetto esecutivo del Museo. Purtroppo nonostante i buoni auspici il progetto non è andato a buon fine. Nel decennio successivo l’importante sviluppo edilizio dell’Università di Firenze si concretizzò con la nascita del polo scientifico a Sesto Fiorentino e quello delle scienze economiche e giuridiche nel quartiere di Novoli. Per il Museo si sono presentarono così diverse ipotesi per la realizzazione di una nuova sede che avrebbe permesso la riunificazione di parte delle sue collezioni. Purtroppo anche questi progetti non sono stati realizzati. Alla fine del mandato di Cipriani, l’Università in conformità al nuovo Codice dei Beni Culturali modificò il regolamento del Museo che fino ad allora era stato gestito in forma federativa, esistevano sei sezioni ognuna delle quali  dotata di propri fondi e personale. Giovanni Pratesi fu il nuovo presidente del Museo mentre la direzione amministrativa fu gestita ad interim da alcuni dirigenti dell’Ateneo. Durante i due mandati di Pratesi (2004-2012) il Museo ha conosciuto un rilancio formidabile e il numero dei visitatori è cresciuto in maniera esponenziale. L’istituzione dei Servizi didattico-divulgativi ha permesso di ampliare l’offerta didattica per le scuole di ogni ordine e grado e per la cittadinanza.

Presente e futuro

Attualmente il presidente in carica è Guido Chelazzi. Recentemente lo spostamento e l’accorpamento di alcuni dipartimenti universitari ha permesso il recupero di vasti spazi nel palazzo della Specola che l’Ateneo ha destinato alle attività museali. Questa operazione permetterà l’avvio di un processo che dovrebbe, finalmente, prevedere lo spostamento da piazza San Marco alla Specola di alcune importanti collezioni: le prime saranno le cere botaniche e a seguire le collezioni di mineralogia.